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Cosa c'era in galleria
Mario Cucè, sulla pagina «La Storia», chiuse il ritratto della sala con una frase sola: «Chi viene in galleria sa di trovare dipinti e sculture più o meno figurativi, più o meno astratti.» Non è un catalogo. Non dice quanti pezzi, non dice di chi, non dice che siano ancora appesi. Dice che genere di lavoro il visitatore, allora, si aspettava di trovare.
La frase sta dopo il quadrifoglio del 1974 e dopo i ventisette anni di attività. Viene prima, nel testo che abbiamo, degli elenchi di nomi. Quegli elenchi — grafica, pittura, scultura — sono un altro paragrafo. Non sono la didascalia di «più o meno». Confonderli fa sembrare che ogni nome sia stato classificato come figurativo o astratto. Cucè non fece quella classificazione.
Per chi arriva da una notte in Calabria, la frase è un limite utile. Via SS. Coronati, 13, non si raggiunge per «vedere Siracusa». Si raggiunge, se si parte, per una galleria che il fondatore descrisse così, e solo dopo aver chiesto al contatto se la frase valga ancora. Il telefono è 0931 64443. L'email è info@galleriaquadrifoglio.it.
Dipinti e sculture, nient'altro in quella riga
I due sostantivi sono dipinti e sculture. Non fotografie, non installazioni, non un programma di eventi. Aggiungere un terzo genere perché oggi suona incompleto significa riscrivere Cucè. La riga è corta di proposito, o comunque è corta: copre la pittura e la scultura, e si ferma.
Dentro quei due generi lui non sceglie un polo. «Più o meno figurativi, più o meno astratti» tiene aperti tutti e due. Un visitatore che cerchi solo figure riconoscibili non ha, in questa frase, la promessa di trovarle. Un visitatore che cerchi solo astrazione nemmeno. La galleria, nel suo racconto, non era un manifesto di una sola maniera.
La frase non nomina un'opera. Non c'è un titolo, una misura, un anno di esecuzione. Descrivere un quadro a partire da queste parole è inventarlo. Il massimo che si può dire, e va detto così, è che in sala lui dichiarava dipinti e sculture, con un grado variabile di figura e di astrazione. Il grado, opera per opera, non è scritto.
Nemmeno il laboratorio calcografico entra in questa riga. La stamperia è l'altra attività, detta prima. Qui si parla di ciò che «chi viene in galleria» trova, non del banco di stampa. Sala e officina restano due frasi, anche se l'indirizzo è uno solo.
Cosa «più o meno» non classifica
Più sotto, la stessa pagina ricorda personali di grafica e mostre di pittura, e cita scultori. Giuseppe Giannini sta tra le stampe. Sergio Vacchi sta tra i pittori. Augusto Perez sta tra la scultura. Metterli tutti sotto «figurativo» o sotto «astratto» è un gesto che il testo non fa. I nomi documentano delle mostre. La frase sulla sala documenta un'aspettativa.
Joan Mirò, indicato allora come ultima personale di grafica, non diventa per questo la chiave di lettura della sala. Mario Schifano, tra i pittori nominati, nemmeno. Sono nomi in elenchi diversi. Questo articolo non descrive i loro fogli e non descrive le loro tele. Li cita solo per mostrare che Cucè separò il ricordo delle mostre dalla frase generale.
Lo stesso vale per Piero Guccione e per gli altri pittori del paragrafo, e per gli scultori che lui nominò pur dicendo che portare scultura in galleria era difficile. La difficoltà dei trasporti è un altro discorso. Non trasforma «sculture» in un reparto vuoto, e non trasforma «dipinti» nell'unica cosa che si potesse vedere. Lui scrisse tutte e due le parole.
Chi prepara la visita da una camera in Calabria può quindi tenere tre cassetti. Uno: la frase sulla sala. Due: i nomi delle mostre, che non sono un'attribuzione di stile. Tre: la domanda da fare oggi, perché nessuna delle due righe è un inventario aggiornato. I cassetti non si rovesciano uno nell'altro.
La sala non è un inventario di oggi
«Chi viene in galleria sa di trovare» è un presente del testo di Cucè, non un presente di questo sito. Quando lui scriveva, il visitatore sapeva cosa aspettarsi. Non è scritto che lo stesso allestimento sia in Via Coronati il giorno in cui si sbarca a Messina. Le mostre finiscono. I depositi cambiano. La frase non ha una data di scadenza stampata, e non ha nemmeno una data di conferma.
L'unico allestimento con date rimaste in archivio è un altro: Francesco Bertrand, dal 5 al 31 dicembre 2015, con inaugurazione il sabato 5 alle 18.00. Sta su una pagina a parte. Quelle date non si estendono all'indietro fino al 1974 e non si estendono in avanti fino a oggi. Non dicono se in sala, in quel dicembre, i dipinti fossero figurativi o astratti. Dicono il nome, i giorni e le ore di quella mostra.
Per questo «cosa c'era» è la domanda giusta sul testo, e «cosa c'è» è la domanda giusta al telefono. Questo articolo risponde solo alla prima. La seconda non ha, qui, una risposta onesta. Inventarne una, anche vaga («qualcosa di contemporaneo»), rimette in sala opere che nessuno ha verificato.
Il conteggio dei ventisette anni rafforza il limite. È il tempo che Cucè dichiarava allora, più di un quarto di secolo dal 1974. Non è un censimento delle pareti. Un quarto di secolo di attività non è un quarto di secolo dello stesso quadro appeso.
Cosa chiedere, se si parte davvero
La domanda, a info@galleriaquadrifoglio.it o al 0931 64443, può ripetere le sue parole senza ampliarle: se in Via SS. Coronati 13 ci siano dipinti o sculture da vedere, e se abbia senso passare. Non si allega una lista di stili desiderati. Non si chiede «il figurativo» come se fosse un reparto con un cartello.
- Non chiedere la descrizione di un'opera: la pagina non ne dà.
- Non chiedere che un nome dell'elenco sia ancora in sala.
- Non usare le ore del dicembre 2015 come orario della sala.
- Non trasformare la frase in una mappa di Siracusa.
Il viaggio dallo stretto resta indipendente. Villa San Giovanni o Reggio verso Messina, poi la costa orientale fino a Siracusa: il collegamento si verifica il giorno stesso. Nessun minuto di strada è scritto da Cucè, e nessuno va aggiunto per far coincidere l'arrivo con una sala di cui non si conosce l'orario.
Se la risposta non arriva, la frase si può leggere lo stesso sull'archivio della galleria. Leggerla non richiede il traghetto. Attraversare senza risposta trasforma un ricordo di sala in un appuntamento che non c'è.
Come non riempire il vuoto
Il vuoto, qui, è preciso. Mancano i titoli. Mancano le immagini. Mancano le misure. Riempirlo con un aggettivo («potente», «mediterraneo», «informale») è il modo più rapido di tradire la frase. Cucè usò due coppie: più o meno figurativi, più o meno astratti. Il resto dello stile non l'ha scritto.
Manca anche la pianta della sala. Non si sa quante pareti, quanta luce, se le sculture stessero a terra o su un basamento. La difficoltà che lui ricordò per i trasporti e per la posizione della sede riguarda il far arrivare la scultura, non l'arredamento. Non va tradotta in un racconto di scale e di porte.
Manca, infine, un prezzo, un biglietto, un diritto d'ingresso. Niente di tutto questo è sulla pagina. Chi dorme in Calabria non trova qui il costo della visita, perché un costo non è stato pubblicato. Si chiede, se serve, insieme alla domanda se la porta sia aperta. Non si inventa «ingresso libero» solo perché la cifra manca.
Restano, utilizzabili, le sue parole e l'indirizzo. Dipinti e sculture. Più o meno figurativi, più o meno astratti. Via SS. Coronati, 13. Tutto ciò che si aggiunge per rendere la sala più visibile è una sala diversa, e non è la sua.
Domande frequenti
Cosa diceva Cucè che si trovava in galleria?
Dipinti e sculture più o meno figurativi, più o meno astratti. La frase non elenca titoli e non classifica i singoli artisti.
Quei lavori sono ancora in sala?
La pagina non lo aggiorna. Si chiede a info@galleriaquadrifoglio.it o al 0931 64443. Senza risposta, la frase resta un ricordo, non un inventario.
Le mostre nominate sono la spiegazione di quella frase?
No. I nomi stanno in altri passi della stessa pagina. Non portano l'etichetta figurativo o astratto, e non vanno descritti al posto della frase.
L'orario di Bertrand descrive la sala?
Descrive solo la mostra del 5–31 dicembre 2015. Non dice lo stile dei dipinti e non è l'orario di oggi.
