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La scultura e i trasporti
Sulla scultura Mario Cucè fu più esplicito che sui quadri. Scrisse di amarla «tantissimo», e subito dopo la difficoltà: rappresentarla era sempre stata legata alla difficoltà dei trasporti e della collocazione geografica della galleria. Non è un aneddoto di un singolo trasporto. È il modo in cui lui spiegò un limite della sede.
Il limite non chiuse la porta. Aggiunse che questo non gli aveva impedito di inserire, nelle mostre collettive, opere di Augusto Perez, Francesco Messina e dei giovani Girolamo Ciulla, Carmelo Candiano, Paolo Delle Monache, «ed altri». I nomi ci sono. Le opere no: non un titolo, non una materia, non una misura.
Via SS. Coronati, 13, è quella collocazione. Chi viene dalla Calabria, dopo Villa San Giovanni o Reggio e Messina, arriva in una sede che il fondatore giudicava scomoda per la scultura. Il giudizio è suo. Non è un calcolo di chilometri, che qui non c'è, e non è un orario di scarico.
Cosa lega, nella sua frase
Due difficoltà, una conseguenza. La prima è rappresentare la scultura. La seconda, che la spiega, è fatta di trasporti e di collocazione geografica. «Sempre» è la sua parola: non un episodio. Non nomina un camion, una nave, una scala, un cornicione. Aggiungere il mezzo significa raccontare un trasporto che lui non ha raccontato.
Collocazione geografica non è un insulto alla città e non è una guida. È la posizione della galleria rispetto al problema di far arrivare scultura. Non va tradotta in «Siracusa è lontana» con un numero di ore da Messina. Le ore non le scrisse. La lontananza, se si vuole misurarla, si misura il giorno del viaggio, fuori da questa pagina.
«Amo tantissimo» resta una frase in prima persona. Non diventa un programma di mostre di scultura, e non va corretto con un gusto nostro. Lui amava la scultura e insieme ne disse difficile la presenza. Le due metà stanno nella stessa pagina. Toglierne una — solo l'amore, o solo l'ostacolo — cambia il senso.
La frase sui dipinti e le sculture «più o meno figurativi, più o meno astratti» è un'altra riga, più sopra. Non scioglie la difficoltà dei trasporti e non dice che le sculture in sala fossero facili da portare. Dice che chi veniva se le aspettava, insieme ai dipinti. L'aspettativa e l'ostacolo logistico convivono nel testo.
Collettive, non personali
Per i pittori Cucè parlò di personali. Per questi scultori parlò di mostre collettive. La differenza è sua e va mantenuta. Perez non è presentato come una personale. Messina nemmeno. Ciulla, Candiano e Delle Monache nemmeno. Inserire un'opera in una collettiva non è allestire una sala a un solo nome.
«Ed altri» chiude l'elenco aprendolo. Ci furono altri nomi, e non li scrisse. Non si completano. Un sesto scultore, anche se documentato altrove, non entra in questa frase. La frase arriva fino a «altri» e lì si ferma, apposta.
«Dei giovani» sta prima di Girolamo Ciulla, Carmelo Candiano e Paolo Delle Monache. È l'aggettivo con cui lui, in quel testo, indicò quei tre. Non è la loro età di oggi, e non si ricalcola. Perez e Messina, nella stessa frase, stanno prima di quell'aggettivo. Non vanno chiamati giovani solo perché la parola compare dopo.
Niente di tutto questo descrive un'opera. «Opere» è il plurale che lui usò, senza un titolo. Dire com'era fatta una scultura di Messina, o di Ciulla, è mettere in sala un oggetto che la pagina non mostra. Il fatto storico utilizzabile è l'inserimento in collettive, non l'aspetto del pezzo.
Trasporti, senza un'ora e senza un mezzo
I trasporti, nella frase, spiegano una difficoltà. Non sono un servizio che la galleria offre a chi arriva dalla Calabria. Non c'è un ritiro, un corriere, una banchina. Chi dorme di là dallo stretto non trova qui come spedire un'opera, né come farsela recapitare.
Il traghetto del visitatore non è il trasporto della scultura. Una cosa è una persona che passa da Villa San Giovanni o da Reggio verso Messina e poi scende lungo la costa orientale. Un'altra è un'opera che, secondo Cucè, arrivava male per via dei trasporti e della posizione della sede. Non si usa il suo limite logistico come itinerario turistico.
Non si pubblica nemmeno un costo. Né di nave, né di autotrasporto, né di ingresso in galleria. Le cifre mancano perché non stanno sulla pagina. Inventarne una, anche «simbolica», la farebbe sembrare un dato di Quadrifoglio. Il dato è la difficoltà, non il prezzo.
L'unico orario di mostra in archivio resta quello di Francesco Bertrand, dicembre 2015, su un'altra pagina: 10.00–13.00 e 17.00–20.00, inaugurazione il 5 alle 18.00. Non è una finestra di scarico per sculture e non è l'orario di oggi. Non si incrocia con i trasporti di cui parlava Cucè.
Cosa chiedere, e cosa no
Alla galleria si può chiedere se la difficoltà che lui descrisse valga ancora, e se in Via Coronati ci sia scultura da vedere. L'email è info@galleriaquadrifoglio.it. Il telefono è 0931 64443. Sono gli stessi dati del contatto, non un ufficio spedizioni.
- Non chiedere la descrizione di un'opera di Perez o di Messina.
- Non chiedere i nomi che stanno dentro «ed altri».
- Non chiedere un'età a partire da «giovani».
- Non chiedere un preventivo di trasporto.
Quattro rifiuti bastano a tenere la lettera dentro la pagina. Il sì o il no sulla visita, se arriva, sostituisce ogni ipotesi. Se non arriva, la frase si legge lo stesso sull'archivio, senza partire.
Partire comunque, con i cinque nomi in tasca, ripete l'errore delle altre liste. Il nome documenta una collettiva ricordata. Non documenta un piedistallo libero oggi. La collocazione geografica, che lui dava come ostacolo, non è diventata un invito. Nemmeno «amo tantissimo» è un invito: è il suo gusto, scritto accanto al limite, non al posto del limite. Il telefono non organizza né un trasporto di opere né il traghetto di chi dorme in Calabria.
Come citare la frase senza allungarla
Una citazione fedele tiene insieme l'amore per la scultura, la difficoltà di rappresentarla, i trasporti, la collocazione geografica, le collettive, i cinque nomi e la parola «altri». Se manca un pezzo, la citazione sceglie. Meglio una frase intera che un solo nome staccato, usato come richiamo.
Non si aggiunge che la scultura a Quadrifoglio fosse rara in senso statistico. «La difficoltà» non è una percentuale. Non si aggiunge che fosse impossibile: lui scrisse che la difficoltà non gli impedì quegli inserimenti. Impossibile e difficile non sono la stessa parola, e lui scelse la seconda.
Non si sposta la colpa sul visitatore che viene dalla Calabria. Il suo viaggio è un'altra pratica. La collocazione di cui parla Cucè riguarda la galleria e le opere, non il letto di chi ha dormito a Reggio o più a nord. Il ponte con la Calabria è solo il modo di arrivare al civico, se c'è un motivo confermato.
Fino a una frase nuova della galleria, la scultura in questo archivio è dunque questa: amata, difficile da rappresentare per trasporti e posizione, e tuttavia presente, per sua dichiarazione, in collettive, con quei nomi e con altri che non scrisse. Nient'altro. Il piedistallo, se c'è, non è descritto.
Domande frequenti
Perché la scultura era difficile, secondo Cucè?
Per i trasporti e per la collocazione geografica della galleria. Lo legò alla difficoltà di rappresentarla, e disse che era sempre stato così. Non indicò un mezzo e non diede un'ora.
Quali scultori nominò?
Augusto Perez, Francesco Messina, e i giovani Girolamo Ciulla, Carmelo Candiano e Paolo Delle Monache, più «altri» senza nome. L'elenco non è chiuso, e gli «altri» non si inventano.
Erano mostre personali?
No. Lui parlò di opere inserite in mostre collettive. Le personali, in quella pagina, sono un'altra lista, quella dei pittori e quella della grafica.
Si può vedere una di quelle opere oggi?
Non risulta qui. Si chiede a info@galleriaquadrifoglio.it o al 0931 64443. Senza risposta, i nomi restano un ricordo, non una sala aperta.
